19 Novembre 2012

Proteggere Israele o invadere Gaza?

Proteggere Israele o invadere Gaza?
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Gaza sotto le bombe

Dopo il riposo del sabato, questa domenica è stato finora il giorno in cui gli attacchi israeliani su Gaza hanno fatto il maggior numero di vittime civili (diciannove, al momento di scrivere, di cui nove bambini). Il governo di Tel Aviv ha ormai ultimato tutti i preparativi per un attacco di terra contro la Striscia. Un riservista arrivato al “fronte” ha raccontato che i vertici militari «continuano a dire ai soldati: domani, si attacca domani. Stiamo facendo preparativi enormi, sarà un attacco più massiccio di quanto possiate immaginare».

Del resto l’offensiva su Gaza è stata caricata dalla leadership israeliana di un significato simbolico enorme. A partire dal nome dell’operazione, Amud Anan in ebraico: un riferimento letterale alla «colonna di nube» che, nel libro dell’Esodo, il Signore mette di fronte all’esercito egiziano per proteggere la fuga degli israeliti. Il direttore del quotidiano Jerusalem Post ha spiegato mercoledì scorso in un editoriale che «quando l’aviazione israeliana colpisce un obiettivo terroristico a Gaza o quando Cupola d’acciaio (il sistema di difesa missilistico israeliano) intercetta un razzo, quel che rimane è proprio una “colonna di nube”». La colonna di nube «è diventata la firma dell’esercito israeliano».

Nella Bibbia la colonna di nube protegge la fuga di Israele; oggi si sprigiona dalle ceneri dei palazzi di Gaza rasi al suolo. Se nell’Esodo è il Signore che salva il suo popolo, oggi il direttore del Jerusalem Post invita gli israeliani «a unirsi dietro al vero pilastro che ci dà la forza: le Forze armate israeliane».

Con il crescere della violenza, però, stanno iniziando a levarsi voci contrarie all’intervento di terra nella Striscia. Tra gli alleati di Israele, innanzitutto: dopo un lungo silenzio, domenica Barack Obama ha spiegato che, benché non si metta in dubbio il «diritto di Israele all’autodifesa», «è preferibile che ciò venga fatto senza un incremento delle attività militari a Gaza», cioè senza un intervento di terra. Ancora più chiaro il ministro degli esteri inglese William Hague: «Il primo ministro (David Cameron) e io abbiamo spiegato alle nostre controparti che un attacco di terra contro Gaza farebbe perdere a Israele molta della simpatia e del sostegno internazionale di cui gode, incluso quello della Gran Bretagna».

Ma la stessa linea inizia a farsi largo anche nell’opinione pubblica israeliana. Lo ha scritto uno dei corrispondenti diplomatici del quotidiano Haaretz, Chemi Shalev, spiegando che il consenso di cui l’azione israeliana ha goduto finora a livello internazionale «precipiterà» in caso di una escalation di violenza. Lo ha scritto anche Barry Shaw, opinionista del Jerusalem Post: «Israele ha lanciato l’operazione Colonna di nube per proteggere i cittadini della sua parte meridionale. Non per distruggere Hamas, né per rioccupare Gaza. Con le truppe ormai pronte a entrare a Gaza, è tempo che Israele pensi a una exit strategy».

Il legittimo diritto di Israele alla difesa dei suoi cittadini non ha nulla a che vedere con la strage di civili palestinesi. Né con la cancellazione del lavoro di decenni per far progredire il processo di pace. Colpiva – venerdì scorso, nel pieno dell’offensiva israeliana – il commento pubblicato su Haaretz dall’ex ambasciatore Ilan Baruch, uno dei negoziatori dello Stato ebraico a Camp David: «L’esplosione di violenza tra Israele e Gaza ci ricorda la gravità del conflitto israelo-palestinese. Per questo, noi che in Israele vogliamo la pace diciamo al presidente (dell’Autorità palestinese) Abbas: Non avere paura, fratello. Porta avanti la tua iniziativa all’Assemblea generale dell’Onu (per il riconoscimento della Palestina come Stato non-membro dell’Organizzazione). È una mossa necessaria a interrompere lo stallo dei negoziati, sfruttato finora da Netanyahu per consolidare il controllo di Gerusalemme Est e rendere impossibile qualunque futuro accordo sulla soluzione dei due Stati».

Questa nuova crisi di Gaza non riguarda solo Gaza (non a caso, giovedì sera alcuni carri armati israeliani hanno sconfinato in Cisgiordania, pattugliando le vie di Betlemme). Poco fa le agenzie battevano la notizia che un inviato di Tel Aviv è arrivato in Egitto per negoziare una tregua. Difficile dire se i mediatori riusciranno ad accordarsi per un cessate il fuoco. Ma un’invasione di terra potrebbe avere conseguenze immediate in tutta la regione, e riportare il processo di pace indietro di quarant’anni.

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