30 Giugno 2017

Un mattatoio chiamato Siria

Un mattatoio chiamato Siria
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La guerra siriana è una macelleria a ritmo continuo dal momento che è l’epicentro di quella guerra mondiale fatta a pezzi denunciata più volte da papa Francesco. Un conflitto per procura, che vede contrapposti non solo Stati Uniti e Russia, ma anche altri Paesi, vicini e lontani.

 

Di questa guerra ne parliamo con un testimone d’eccezione, monsignor Youhanna Jihad Battah, vicario di Beirut della Chiesa siro-cattolica, rito orientale nel quale la consacrazione è ancora in aramaico, la lingua di Gesù, come ci spiega sorridendo.

 

Il vescovo è di passaggio a Roma, dove ha trascorso parte della sua vita, avendo peraltro ricoperto per otto anni la carica di rettore del Pontificio collegio di Sant’Efrem, luogo nel quale ci accoglie.

 

Monsignore conosce bene quel lontano conflitto, perché la carica di presidente di due diversi tribunali ecclesiastici, quello melkita (II grado di appello) e quello siro-cattolico (I grado di appello), lo costringe ogni mese a recarsi a Damasco, città nella quale è nato e ha trascorso un’infanzia felice.

 

Già, perché allora non ruggiva la guerra e si poteva andare in giro in tutta tranquillità, ci racconta: la famiglia viveva a Damasco ma aveva un campo ad Adra, un villaggio 25 kilometri a nord della capitale, e la sua era l’unica famiglia cattolica in mezzo a una fiorente comunità islamica, e islamica sunnita (per intenderci quel ramo dell’islam a cui dice di far riferimento l’Isis). Nessuno si è mai sognato di torcergli un capello, anzi…

 

La Siria è un Paese piccolo, ma ha sempre ricoperto un ruolo di primo piano in Medio oriente, racconta monsignore. Era la Porta dell’Oriente; ed era ricco, il più ricco Paese arabo, molto più ricco dell’Arabia Saudita, per ricchezza diffusa tra la popolazione. Le scuole erano gratuite, le medicine erano gratuite e c’era lavoro, tanto lavoro.

 

Né la religione era un problema, dal momento che era il Paese più integrato del mondo arabo. «Più ancora del Libano – spiega monsignore – che pure è considerato un modello di convivenza. Eppure anche qui ci sono islamici sunniti e islamici sciiti, cristiani di vari riti e via dicendo… nel mio Paese tutti si consideravano semplicemente cittadini siriani, senza indulgere in distinzioni religiose».

 

Poi è iniziata la guerra… «Si racconta che tutto sia iniziato da una rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Le rivoluzioni nascono da una visione del mondo, da una filosofia, da una programma di cambiamento. Qui non c’è stato nulla di tutto questo. La domanda che ci si pone è se non si sia approfittato da parte di alcuni ambiti di una situazione di crisi per inseguire propri interessi».

 

«La Siria è ricca di gas e petrolio, cosa che stimola gli appetiti di molti. Inoltre alcuni Paesi confinanti con i quali le relazioni erano particolarmente critiche percepivano la stabilità e la forza della Siria come una minaccia alla propria sicurezza».

 

Una pausa, poi: «Vogliono far diventare uno Stato islamico quella che un tempo era una Repubblica laica», continua monsignore; «certi ambiti internazionali stanno deliberatamente lavorando nell’ombra per destabilizzare gli Stati più laici del mondo arabo: dall’Iraq alla Siria… e ciò nell’ottica di creare degli Stati confessionali».

 

«Mi domando e domando», continua il monsignore, «Possibile che gli americani, che hanno occhi e orecchie dappertutto, non si siano accorti di quello che si stava preparando? Possibile che non sappiano nulla?».

 

Non si può dimenticare in questo  panorama che i russi sono intervenuti in Siria nel settembre del 2015 e che da allora tutto è cambiato. Chiediamo a monsignore una sua opinione in proposito: «Senza i russi non ci sarebbe più un cristiano in Medio oriente. Non solo in Siria, ma anche in Libano. Perché la guerra siriana avrebbe dovuto dilagare in Libano: lo sanno tutti, anche Hezbollah, che è intervenuto in Siria proprio per evitare che ciò accadesse».

 

Il problema per l’Occidente è il presidente siriano Bashar al Assad, gli diciamo, ma taglia corto: «Che diritto ha l’Occidente di decidere chi deve o non deve governare un Paese? Gli interventi militari in Iraq e in Libia, realizzati per esportare la democrazia, hanno portato solo disastri. In Siria la maggioranza del popolo sta con il presidente Assad, è evidente, anche perché l’alternativa è tragica».

 

Gli chiediamo lumi su questa ultima affermazione. «Se la gente non fosse stata con il presidente  Assad, crede che sarebbe durato al potere più di un mese? Se ha resistito tanto è perché il popolo sta con lui. Come è stato evidente alle ultime elezioni, quando hanno votato anche i siriani rifugiati fuori dal Paese, almeno dove è stato loro permesso di farlo».

 

«Il giorno delle elezioni», ricorda infatti il vescovo di Beirut, «c’erano file chilometriche di rifugiati che si sono presentati nell’ambasciata siriana del Libano per votare. E non li costringeva nessuno… E ancora: oggi Assad potrebbe costruirsi il suo Stato a Latakia e lasciare il resto del Paese in mano agli islamisti. Non disturberebbe nessuno e nessuno disturberebbe lui, dal momento che lì c’è anche una base russa che gli assicurerebbe protezione. Invece continua la sua lotta per liberare il Paese dagli oppressori del suo popolo, come gli chiede la gente. Questa è la realtà negata in Occidente».

 

Quindi la Chiesa sta con Assad? «No, noi siamo semplicemente vicini al nostro popolo perché i pastori devono stare vicino al loro gregge… Peraltro noi vescovi, che possiamo far sentire la nostra voce nel mondo, abbiamo il dovere di parlare a nome del popolo, di dare voce alla loro sofferenza».

 

«Il nostro popolo non soffre solo per la guerra», prosegue il monsignore allargando il discorso, «contro la Siria è stato alzato un muro di sanzioni che blocca gli aiuti umanitari: la nostra gente muore, i bambini muoiono. Sono senza cibo, senza medicine. Perché tutto questo? Perché l’Europa è connivente con questo crimine in danno a un intero popolo?».

 

Gli chiediamo se crede che l’Europa debba in qualche caso intervenire. Sorride: «Vogliamo solo essere lasciati in pace. Di interventi esterni ne abbiamo avuti fin troppi… se solo l’Europa e l’America la smettessero di inviare armi a questi assassini… le faccio un piccolo esempio, e lo prendo da un fatto di cronaca: oggi i sauditi accusano il Qatar di aver finanziato il terrorismo. Ecco, alcuni giorni fa ho sentito un’intervista del ministro degli Esteri di Doha che spiegava come loro avessero finanziato i terroristi di comune accordo con americani e sauditi…».

 

Parla dell’Isis o di altre formazioni jihadiste? La distinzione è importante, replichiamo: «Per voi, forse. Per noi, per chi vede quello che fanno questi assassini nel nostro Paese e subisce sulla propria pelle le conseguenze di questa guerra, sono tutti uguali: sono tutti terroristi, senza distinzione alcuna».

 

Chiediamo se sia un problema islamico, come reputano tanti in Occidente, cioè di una impossibile convivenza tra cristiani e islamici: «Anche nella Chiesa c’è chi pensa che tale convivenza sia impossibile, ma in realtà i cristiani hanno vissuto nel mondo arabo-islamico per centinaia e centinaia di anni».

 

«Per secoli la convivenza è stata possibile. Questo islam intollerante è nato negli ultimi decenni: è stato fabbricato ad arte, finanziato. Al tempo di Saddam Hussein in Iraq non c’era conflitto tra sciiti e sunniti, solo per fare un esempio…».

 

«Certo», continua il presule, «nell’islam c’è una parte moderata e una parte dura, quella dell’occhio per occhio. Ma occhio per occhio si diventa ciechi… Si può e si deve dialogare con l’islam moderato, perché è l’unica strada per ricostruire sulle macerie del Medio oriente».

 

Gli chiediamo del Libano, dove svolge il suo servizio, dei rifugiati che si sono affollati in questo Paese. Monsignor Battah ricorda le parole di san Giovanni Paolo II, il quale diceva che «il Libano è una missione». E forse è proprio per questo, spiega il presule, che il Paese dei cedri riesce a dare ospitalità a tanti rifugiati nonostante sia così piccolo: oltre ai cinquecentomila rifugiati palestinesi già presenti nel suo territorio, ha dato ospitalità a un milione e mezzo di rifugiati siriani.

 

Una presenza che scuote le nostre coscienze, prosegue il monsignore, il quale spiega che ha realizzato un progetto che dà lavoro e alloggio ai rifugiati: il fine ultimo è di restituirli alla loro nazione. D’altronde bisognerà prima o poi ricostruire un Paese distrutto, e forse il modo più intelligente è proprio questo: dare un’opportunità di ritorno a quanti sono scappati dalla Siria a causa della guerra.

 

Offrire loro solo rifugio e integrazione, come ad esempio sta facendo in maniera massiccia la Germania, è solo parte della soluzione di questa tragedia umanitaria.

 

Ma potrebbe anche risultare un modo cinico di sfruttare a proprio vantaggio il conflitto, integrando nel proprio Paese rifugiati altamente qualificati (indizio peraltro della formazione garantita dalle scuole siriane prima della guerra), abbandonando la Siria al proprio destino. La via accennata da monsignor Battah appare molto più feconda.

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