21 Aprile 2023

Washington Post: gli USA avevano suggerito il ritiro da Bakhmut

Artiglieria in azione vicino a Bakhmut. Washington Post: gli Usa avevano suggerito il ritiro da Bakhmut
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“Mesi dopo i terribili avvertimenti di Washington sul fatto che l’Ucraina non sarebbe stata in grado di tenere Bakhmut contro l’assalto di mercenari russi, le forze ucraine sono ancora asserragliare al margine occidentale della città in una battaglia che si è protratta fino a diventare la più lunga e mortale della guerra”. Inizia così l’articolo di testa del Washington Post che aggiunge come le valutazioni Usa fossero “fosche fin da gennaio”, tanto che aveva “suggerito che Kiev dovesse ridurre le sue perdite e lasciare la città”.

La tragedia di Bakhmut nei documenti top secret

Quanto rivelato dal Wp era già stato scritto dai media Usa, ma se in precedenza si trattava di indiscrezioni anonime la conferma è arrivata dai documenti top secret trafugati di recente dal Pentagono e messi in circolo in questi giorni.

Ma Kiev non ha ascoltato, continua il Wp, perché tenere Bakhmut rappresentava “un imperativo di gran lunga più importante del valore strategico della città, perché era necessario per mantenere alto il morale della nazione e negare alla Russia la possibilità di vantare qualsiasi guadagno territoriale”. Da cui l’inutile macelleria di questi giorni.

Resta che Kiev, nonostante il Wp non possa riferirlo, non ha alcuna possibilità di sottrarsi alle indicazioni americane, sia perché ne dipende militarmente e politicamente sia perché il suo esercito è subordinato a una capillare tutela della Nato (anche se negata).

Come resta che Kiev ha ignorato un suggerimento tanto ragionevole non solo per i motivi addotti, ma soprattutto per ottemperare a input ancora più autorevoli, discendenti dai circoli internazionali iper-atlantisti che stanno alimentando questa guerra allo scopo di “far sanguinare la Russia”, come da titolo di un articolo del New York Times dello scorso maggio; a costo di usare i militari ucraini come carne da cannone.

Allo stesso tempo, il fatto che grazie a tali documenti sia stata resa pubblica la divergenza Washington – Kiev fa il gioco degli Stati Uniti. Ciò perché conferma la narrativa fallace di un’autonomia ucraina rispetto ai suoi sponsor d’oltreoceano, ma soprattutto perché elude le responsabilità americane sull’inutile macelleria in corso, che in futuro potrebbe diventare di pubblico dominio (in tutta la sua catastrofica dimensione). Ma molto più perché l’esito nefasto di questa battaglia rimane tutto a carico di Kiev.

Peraltro, nell’articolo del Wp si spiega che per puntellare le difese della città, spesso l’esercito ucraino ha dovuto inviare in loco le sue unità d’élite, che certo non saranno uscite indenni dal mattatoio, con le relative conseguenze per quanto riguarda il degrado delle forze ucraine.

Si può annotare, a latere di tale notizia, che le unità d’élite ucraine spesso si avvalgono di militari stranieri di esperienza, come si può evincere anche da un articolo di Haaretz dal titolo: “Gli israeliani stanno combattendo e morendo per l’Ucraina. In Israele, le loro morti non vengono dichiarate”. Ovviamente, oltre agli israeliani, a dar man forte ai militari ucraini ci sono statunitensi, inglesi, europei, australiani etc. Tutto noto, semplicemente non si può dire.

Una rete internazionale per la pace

Mentre prosegue la mattanza di Bakhmut e in attesa della mistica controffensiva ucraina, si registra la ripresa di contatti internazionali per avviare negoziati. In particolare, ha suscitato reazioni avverse l’elogio di Macron dell’iniziativa di pace cinese.

Una presa di posizione coraggiosa e sorprendente quella del presidente transalpino, se si considera la scarsa levatura del personaggio. Le sue dichiarazioni, peraltro, sembrano avere un seguito concreto, dal momento che avrebbe “incaricato un importante diplomatico francese di lavorare con una controparte cinese per creare un quadro da utilizzare per futuri negoziati” (Express).

Non solo Macron, anche il brasiliano Lula ha appoggiato pubblicamente l’iniziativa cinese, ma, cosa più importante perché meno scontata, partendo da Pechino per giungere in Medio oriente, questi ha proposto agli Emirati e a quanti vorranno di dar vita a “un gruppo di leader che ‘preferiscono parlare di pace piuttosto che di guerra’”, per tentare di porre fine al conflitto (Reuters),

Inutile coltivare illusioni, all’orizzonte non si intravede ancora alcuno spazio per aprire un negoziato; quel che va però registrato è la genesi di una vera e propria rete internazionale di Paesi e leader che iniziano a dialogare seriamente in prospettiva. Quando sarà il momento, tale rete può avere e aprire opportunità.

Spiace che l’Italia si sia posizionata altrove, nonostante ci fosse spazio, pur se limitato, per possibilità altre e più consone alla nostra tradizione politica. E, in particolare, che il presidente Mattarella abbia scelto il campo di battaglia come mezzo per la risoluzione del conflitto, in aperto contrasto con la Costituzione della quale dovrebbe essere garante e tradendo in tal modo le sue radici democristiane, cosa altrettanto drammatica a motivo della sua storia personale. Parabola dolorosa quanto tragica.

 

 

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