22 Giugno 2023

Blinken apre alla Cina, Biden rompe tutto. L'Impero in preda alla pazzia

Blinken apre alla Cina, Biden rompe tutto. L'Impero in preda alla pazzia
Tempo di lettura: 3 minuti

Ufficialmente la vista del Segretario di Stato Usa Tony Blinken in Cina ha avuto due esiti. Washington ha ottenuto la promessa che Pechino non fornirà armi alla Russia, ma ciò non è altro che quanto il Dragone aveva già dichiarato in precedenza, fino alla noia. In cambio, Blinken ha dichiarato che gli Stati Uniti non sosterranno l’indipendenza di Taiwan, peraltro limitandosi a ribadire il concetto China One, che è alla base della politica estera Usa nei confronti della Cina da decenni.

Ma davvero il Segretario di Stato americano è andato a Pechino per questo? Sembra altamente improbabile. Per capire occorre dare un’occhio alla tempistica. Si avvicinano le elezioni e presumibilmente Blinken ha cercato di ottenere benefici economici che la presidenza Biden possa rivendicare per ottenere un nuovo incarico. Benefici che poteva ottenere solo presso la Fabbrica del mondo.

Insomma, Blinken è andato in Cina col cappello in mano e qualcosa deve pur aver ottenuto per fare la promessa su Taiwan, che tanto sa che vale nulla, esposta com’è alle variabili umorali dell’establishment Usa. Ma le cose non sono filate lisce.

Biden rompe il giocattolo di Blinken

Infatti, Blinken aveva appena portato a termine la sua mission che Biden ha pensato bene di dare a Xi Jinping del dittatore. Possibile che, come accaduto altre volte, ciò serviva a Biden per coprirsi le spalle dai falchi, che cioè sia stata un’esternazione a uso esclusivamente interno.

Ma la Politica ha le sue dinamiche e, nonostante la limitata portata delle sue parole, la Cina non poteva non reagire. E ha reagito parlando di “provocazione”. D’altronde era in gioco il prestigio nazionale.

Larry Johnson, in un articolo pubblicato sul Ron Paul Institute, spiega (e titola): così quanto accaduto: “Biden fa saltare in aria la missione diplomatica di Blinken in Cina“.

Così nell’articolo: “I leader politici americani […] devono fare una scelta: raffreddare i commenti retorici, ampollosi e minacciosi o prepararsi al deterioramento delle relazioni con la Cina, che infliggerà enormi danni all’economia statunitense nel prossimo futuro. Non c’è via di mezzo”.

Purtroppo, Johnson rileva che in America la spinta per alimentare il confronto con Pechino è troppo forte. Di conseguenza, prosegue Johnson, è probabile un irrigidimento del rivale geopolitico, cioè che “la Cina diventi più ferma nella definizione delle sue acque territoriali e del suo spazio aereo e che renderà più difficile agli Stati Uniti commerciare con Taiwan, ma vede la guerra come ultima risorsa“.

La spinta a creare una spaccatura nel partito comunista cinese

“La Cina – prosegue Johnson – ha molte altre carte da giocare. La più importante delle quali si giocherà in occasione delle elezioni che si terranno a Taiwan il 13 gennaio 2024, nelle quali il partito che chiede un rapporto più stretto con la terraferma sembra avere possibilità di ottenere la presidenza”.

“Se vincerà il Kuomintang, allora si apriranno le porte per una riconciliazione pacifica tra il continente e Taiwan. Ciò avrà l’effetto di un pugno allo stomaco per gli Stati Uniti e capovolgerà i piani occidentali per fomentare una spaccatura all’interno del partito comunista“.

“Si può essere certi che le agenzie di intelligence occidentali e cinesi interferiranno attivamente in queste elezioni per garantire i rispettivi interessi. Allarme ipocrisia: non stupitevi se molti di quei politici americani che hanno denunciato la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 saranno entusiasti sostenitori del governo degli Stati Uniti e delle sue agenzie che andranno a intromettersi in modo aggressivo nelle elezioni di Taiwan. Noi possiamo far questo a te, ma tu non puoi farlo a noi”.

Il conflitto e la pazzia

“Se state trattenendo il respiro nella speranza di una soluzione pacifica di questo conflitto – conclude Johnson – rischiate di svenire per mancanza di ossigeno. Temo che le dinamiche politiche americane siano così tossiche e contorte che ci stiamo preparando per un’inevitabile guerra con la Cina“.

“Temo anche che i leader cinesi siano giunti alla stessa conclusione e quindi intensificheranno i loro sforzi per lavorare a più a stretto contatto con la Russia nella costruzione di un nuovo ordine mondiale, che andrà a indebolire l’influenza americana e a rafforzare le sue capacità navali, aeree e relative ai missili ipersonici”.

Quanto avvenuto, il gesto distensivo di Blinken e l’immediato schiaffo presidenziale, al di là delle spiegazioni di merito, rendono di un’evidenza plastica che le dinamiche dell’Impero d’Occidente più che materia per politologi sono diventate materia per psichiatri. Ed è questo il punto cruciale della questione.

L’Impero occidentale è impazzito. E gli altri imperi e gli Stati che hanno conservato la loro legittima sovranità si trovano alle prese con tale follia di portata globale. È questa a spingere tali nazioni a ricercare l’ala protettiva degli Imperi d’Oriente, che si pongono come argine a tale pazzia.

Così a condannare l’Impero d’Occidente non è tanto la competizione tra potenze, cioè un deficit economico-finanziario e/o militare rispetto ai competitor, quanto la sua stessa deriva psichiatrica. Sempre che questa non condanni il mondo intero, precipitandolo nell’olocausto nucleare.

 

Mondo
22 Luglio 2024
Ucraina: il realismo di Haass