1 Febbraio 2023

Il messaggio di Blinken a Lavrov

Il segretario di stato USA Blinken e, a dx, il ministro degli esteri russo Lavrov. Il messaggio di Blinken a Lavrov. Settimana prossima l'incontro Lavrov - Blinken
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Tony Blinken ha inviato un messaggio al suo omologo russo Sergej Lavrov tramite il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry. Il Segretario di Stato americano ha incontrato Shoukry due giorni fa, nella prima tappa del suo tour mediorientale. Il giorno successivo Shoukry si è recato a Mosca dove, nel corso di una conferenza stampa congiunta con Lavrov, ha parlato del messaggio Usa, la cui esistenza è stata confermata successivamente dal ministro degli Esteri russo.

Il messaggio di Blinken

Fin qui ciò che è noto, dal momento che il contenuto del messaggio non è affatto noto. Si sa solo quel che ha detto Lavrov, cioè che il messaggio sarebbe un banale invito alla Russia a ritirarsi. Un invito al quale Lavrov ha risposto con un ovvio niet, aggiungendo, però, significativamente, che Mosca “resta sempre pronta ad ascoltare tutte le proposte serie – insisto su questa parola – volta a risolvere l’insieme della situazione attuale nel suo contesto globale”.

Insomma, il messaggio sarebbe la banalità di cui sopra e sarebbe stato respinto al mittente. Possibile? Ecco, in realtà, appare del tutto improbabile che Blinken si sia scomodato, e abbia scomodato il ministro degli Esteri egiziano, solo per far sapere segretamente ai russi quel che l’America dichiara ogni giorno, e più volte al giorno, pubblicamente. Se esiste un limite alla stupidità e alla follia, un’iniziativa del genere l’avrebbe superato abbondantemente.

E se certo l’amministrazione Usa non brilla certo in lucidità, conserva pure una residua riserva di quella sagacia in politica estera che l’ha conservata alla leadership globale per qualche decennio.

Così è probabile che il messaggio ricevuto da Lavrov sia ben altro e che il ministro degli Esteri russo, non potendo smentire il suo omologo egiziano, il quale aveva rivelato la sua intermediazione al mondo, abbia volontariamente minimizzato il contenuto del messaggio per evitare che quanto a lui pervenuto nel segreto fosse vanificato dalla sua rivelazione.

Oppure, ipotesi subordinata, è probabile che il messaggio sia composto da due parti, una parte inoffensiva da dare in pasto all’opinione pubblica, cioè la richiesta del ritiro, e un’altra, più riservata, riguardante la guerra.

Poco importando l’incertezza riguardo le due ipotesi, resta che su quanto chiesto o comunicato da Blinken non c’è alcun indizio di sorta. Così potrebbe trattarsi di una questione minimale, come l’ennesimo scambio di prigionieri (molti veterani americani ingaggiati nel conflitto ucraino sono caduti in mano russa), oppure potrebbe trattarsi di un segnale distensivo di più ampia portata, anche per evitare che l’invio di carri armati a Kiev inneschi reazioni non gradite (ad esempio, i russi potrebbero colpire i comandi centrali Nato che operano segretamente a Kiev, come minacciato più volte).

I segnali delle élite Usa

La possibilità che Blinken abbia inviato un segnale nel segno della distensione, cioè di un’apertura al negoziato, non è affatto aleatoria. Tanti i segnali registrati ultimamente in tal senso.

Dalle dichiarazioni del Capo degli Stati Maggiori congiunti Mark Milley, che il 21 gennaio ha dichiarato che Kiev difficilmente caccerà i russi dall’Ucraina (da leggersi con quelle precedenti, nelle quali aveva espresso il suo favore per il negoziato), agli articoli apparsi sul Washington Post e il New York Times il 25 gennaio, che prospettavano una prossima fine della guerra ucraina.

Segnali ai quali va aggiunto il più concreto viaggio di William Burns a Kiev, nel quale il Capo della Cia ha detto chiaramente a Zelensky che gli Usa non avrebbero aiutato a tempo indefinito e in modo tanto sostenuto la sua nazione.

A tutto ciò va aggiunto il recente report della Rand Corporation firmato da Samuel Charap e Miranda Priebe, nel quale si dichiara in maniera inequivocabile che l’America “non ha alcun interesse” alla prosecuzione sine die del conflitto ucraino.

La guerra non va come pronosticato

Oltre a varie e interessanti considerazioni, nel report della Rand si riconosce che “una conclusione della guerra che lasci all’Ucraina il pieno controllo di tutto il suo territorio […] resta un risultato altamente improbabile”. Considerazione alla quale ne aggiunge un’altra: “La prosecuzione del conflitto lascia anche aperta la possibilità che la Russia vanifichi tutti i guadagni sul campo di battaglia ottenuti dall’Ucraina nell’autunno del 2022”.

Considerazioni realistiche, che, come suggerisce il report citato, dovrebbero urgere ad aprire alla diplomazia, ché la guerra, al contrario di quanto afferma la propaganda, rischia di rivelarsi una débacle per i suoi propugnatori, come peraltro è successo per tutte le guerre che hanno brandito negli ultimi anni (dall’Afghanistan alla Siria alla Libia…).

Tutti questi segnali convergenti sono riportati in maniera sistematica in un articolo che Ted Snider ha scritto per Responsible Statecraft, A tali segnali si può aggiungere una coincidenza significativa: nelle stesse ore in cui Blinken inviava il suo messaggio a Lavrov, gli Usa negavano i loro F-16 a Kiev (ma invieranno missili a raggiò più lungo – e non a lungo raggio – con gittata di 94 miglia, altra escalation).

Insomma, l’amministrazione Usa sembra stia tentando di uscire dall’angolo nel quale si è cacciata tanto improvvidamente, anche perché rischia di essere travolta dalla valanga che lei stessa ha provocato. Ma deve fare i conti con antagonisti ben più vicini dei russi e molto, molto potenti.

Riportiamo il titolo di un articolo di Responsible Statecraft: i produttori di armi statunitensi riferiscono che l’invasione russa li ha gratificati con “ordinazioni record, le più ingenti di tutti i tempi”. L’esito della guerra in Ucraina, più che sul campo di battaglia, si gioca in questo più ristretto e riservato (ma non meno feroce) ambito. Con tutti i rischi del caso, compresa la possibilità che il conflitto intra-occidentale vada fuori dai binari e inneschi la Terza guerra mondiale ad alta intensità (ad oggi è ancora a bassa intensità).

 

 

 

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