4 Dicembre 2012

La Birmania, i monaci buddisti e la pulizia etnica contro i musulmani

La Birmania, i monaci buddisti e la pulizia etnica contro i musulmani
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Incendio in un villaggio Rohingya

«Se non fosse per quei vuoti nella successione di case, Sittwe parrebbe una tipica città birmana dal decadente fascino coloniale. Ma quegli interi isolati rasi al suolo sono il prezzo dell’apparente quiete attuale: una selvaggia guerra urbana che lo scorso giugno ha svuotato la città dei musulmani di etnia Rohingya, se non si contano i 7 mila confinati in un ghetto circondato dal filo spinato. Altri 100 mila vivono in polverosi campi di sfollati alla periferia di Sittwe e nel resto di questa fetta occidentale di Birmania, in condizioni di totale indigenza. E per i buddisti dovrebbero andarsene pure da lì». È l’incipit di un reportage di Alessandro Ursic riportato sulla Stampa del 3 dicembre, che documenta la «pulizia etnica» che si sta consumando in Birmania contro i musulmani di etnia Rohingya ad opera dei buddisti. I Rohingya, provenienti dal Bangladesh, rappresentano una «minoranza apolide e discriminata sistematicamente: non possono spostarsi e hanno bisogno di un’autorizzazione per sposarsi e fare figli». 

La pulizia etnica è iniziata nel giugno scorso, perpetrata anche da «monaci buddisti» e ha fomentato un odio generalizzato contro tutti i musulmani presenti nel Paese, definiti, anche dalla stampa nazionale, «Kalar», ovvero «terroni». Finora sono 167 i morti; «secondo molti, una cifra da moltiplicare almeno per tre». Ma molti di più sono gli sfollati rinchiusi in campi profughi. Nel reportage, Ursic annota come anche Barak Obama, nel suo recente viaggio in Birmania, ha chiesto al governo di trovare una soluzione alla crisi, ma senza risultati. Indicativo il sottotitolo del reportage: “Viaggio a Sittwe, dove anche i monaci buddisti danno la caccia ai musulmani”.

 

 

 

Nota a margine: oltre a documentare l’orrore di quanto avviene in Birmania, il reportage di Ursic ha un aspetto istruttivo: i monaci buddisti sono diventati simbolo di libertà nella loro lotta per l’autonomia del Tibet dalla Cina. Qui paiono carnefici. I musulmani, altrove dipinti come facili al terrorismo, qui inermi vittime. Forse è il caso di ripensare l’influenza delle religioni in certe derive criminali e guardare ad altri fattori.

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