22 Luglio 2017

Al-Aqsa: gli apparati di sicurezza israeliani avevano ragione

Al-Aqsa: gli apparati di sicurezza israeliani avevano ragione
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Altissima la tensione in Israele, dove la situazione è «estremamente pericolosa e può andare fuori controllo», come ha detto l’assistente di Abu Mazen, Nabil Abu Rdeneh (vedi The Guardian). Già, fuori controllo: questo l’allarme che rimbalza sui media di tutto il mondo e che è solo un eufemismo per accennare al rischio che il mondo sta correndo.

 

Quello cioè di ritrovarsi di fronte a un nuovo confronto armato tra palestinesi e israeliani, che potrebbe ripercuotersi nei conflitti che stanno attraversando il Medio oriente, in particolare quello siriano.

 

Tutto ha inizio venerdì scorso, quando un commandos di terroristi uccide proditoriamente due poliziotti israeliani di guardia alla moschea di Al-Aqsa, edificio di culto tra i più sacri dell’islam che si trova nella Spianata delle moschee di Gerusalemme, da tempo al centro di accese contese tra gli islamici e l’autorità israeliana.

 

L’agguato produce l’effetto di innescare misure di sicurezza più che stringenti da parte della polizia, che installa all’ingresso del sito dei metal detector per controllare l’afflusso dei pellegrini.

 

Una misura che i musulmani giudicano più che offensiva: il luogo santo è sotto la tutela del Waqf, a sua volta controllato dalla Giordania, che ne è custode in nome e per conto della comunità islamica.

 

Ai loro occhi l’installazione delle barriere elettroniche è un modo occulto con il quale Tel Aviv intende prenderne il controllo. Quel controllo rivendicato a gran voce dalle fazioni più integraliste di Israele, che reputano quel pezzo di terra, per loro la Spianata del Tempio, un luogo sacro dell’ebraismo.

 

Rivendicazioni alle quali non è estranea anche parte della politica israeliana: non solo i partiti che a quell’integralismo danno voce, ma anche la leadership della destra laica, preoccupata di guadagnarsi consenso in quegli ambiti.

 

È stato così per il primo Benjamin Netanyahu, che negli anni ’90 sotto la moschea costruì un tunnel archeologico; e per Ariel Sharon che, con la sua provocatoria “passeggiata” alla Spianata, nel 2000 innescò una nuova e più cruenta intifada.

 

La posa dei metal detector, benché dettata da ragioni di sicurezza, ha preso così un significato diverso e più simbolico. Tanto da infiammare la masse arabe. Una tensione che è andata crescendo e che era presumibile, previsto, anzi annunciato, avrebbe raggiunto un’impennata venerdì, giorno festivo dell’islam, giorno di preghiera.

 

Tanto che «i servizi (di informazione ndr.) interni e i comandanti dell’esercito consigliavano di rimuoverli», come spiega Davide Frattini sul Corriere della Sera del 22 luglio. Anche la Turchia si era adoperata in tal senso, riporta il Guardian. Tutto vano: nel consiglio di sicurezza convocato da Benjamin giovedì sera, su pressione delle fazioni più estreme, si decide di tener duro.

 

Non solo vengono mantenuti i metal detector, ma per evitare l’afflusso alla moschea di masse di scalmanati, viene vietato l’accesso ai quartieri di Gerusalemme vecchia degli arabi sotto i cinquant’anni. Per far rispettare la decisione, Gerusalemme viene militarizzata: cinquemila le forze dell’ordine schierate.

 

Una misura che suscita ulteriore indignazione in tutto il mondo arabo, dove rimbomba il tam tam che parla di una moschea “confiscata” dagli israeliani.

 

Masse di islamici si recano al luogo di culto, ma si attestano al di fuori dall’area presidiata dai metal detector e dalla polizia. Pregano e lanciano strali ai poliziotti e alle autorità di Tel Aviv. Come accade in queste occasioni, improvvisa, scoppia la repressione. Il bilancio finale è da battaglia campale: tre morti e cinquecento feriti.

 

Sui media arabi si rincorrono notizie inquietanti su quanto avviene. Qualcosa la riporta anche Davide Frattini, non certo un supporter palestinese, che racconta come i «palestinesi hanno fretta di seppellire i tre morti di questo giorno di violenza. Sanno che i poliziotti israeliani hanno circondato gli ospedali, li inseguono per sequestrare i cadaveri».

 

Il cronista del Corriere spiega che tale iniziativa era volta a «dissuadere gli arabi dal partecipare agli scontri, dovrebbe spingere i padri a tenere a casa i figli». Ma la caccia al cadavere non fa altro che alimentare ancora di più la collera degli arabi, ai quali si vorrebbe impedire di piangere i propri defunti.

 

Il presidente della Palestina Abu Mazen annuncia la decadenza di tutti i contatti con Israele, compreso quello sulla cooperazione degli apparati di sicurezza.

 

Un’escalation che a fine giornata raggiunge l’acme, quando un arabo penetra nella casa di un colono e lo uccide, e con lui uccide due suoi figli, in un parossismo di orrore. Delitto ignobile, che stavolta suscita la rabbia degli israeliani.

 

Situazione incandescente e tanto magmatica da risultare di impossibile controllo. O meglio, rischia di finire sotto il controllo di quanti hanno alimentato finora la destabilizzazione nel mondo arabo, quegli ambiti neocon e quelle Agenzie del Terrore che tanto hanno lavorato in tal senso in questi ultimi anni. Proprio ora che l’accordo tra Putin e Trump sulla Siria sta producendo un effetto frenante rispetto a queste forze.

 

Una cosa è certa: se le agenzie di sicurezza e lo stesso esercito israeliano avevano consigliato le autorità israeliane di rimuovere le barrire dello scandalo, non lo avevano certo fatto per fare un favore ai palestinesi. Ma perché avevano contezza dei rischi.

 

Non sappiamo se l’iniziativa di Netanyahu sia stata voluta oppure dettata dalla necessità di non perdere i voti della destra (necessari alla tenuta del suo governo). Resta che alla luce dei fatti è stata tragicamente sbagliata.

 

È evidente che i dirigenti degli apparati preposti alla sicurezza di Israele avevano visto giusto. Ora il vaso è in frantumi e sarà difficile ricomporre i cocci. Si spera, almeno, che non sia il vaso di Pandora.

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