16 Marzo 2018

Aldo Moro (2): il prelevamento

Aldo Moro (2): il prelevamento
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Aldo Moro fu sequestrato il 16 marzo di quarant’anni fa in via Fani. E qui usiamo il termine precipuo e adatto al caso. Un termine che invece Moro usa in alcune argomentazioni più generali, non in altre più specifiche.

Il prelevamento di Aldo Moro e la sorte della scorta

Infatti, nella lettera a Zaccagnini scrive così: «Non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera».

Parole che ritornano nella lettera a Cossiga: «Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento».

Già, «prelevamento». Aldo Moro era politico fine. Di intelligenza superiore. E quando scrive non usa termini a caso.

Perché allora usare una parola che nulla ha a che vedere con quanto successo a via Fani? Il termine usato, infatti, stride in maniera evidente col racconto di una strage…

Ma c’è altro e ben più importante. Perché Moro non parla mai della sua scorta? Mai, né nel memoriale né nelle lettere.

Quelle persone erano più che una scorta per Moro: erano amici. E il maresciallo Oreste Leonardi, il loro capo, amico carissimo. Tutti trucidati in via Fani.

E Moro fa finta di nulla… Un’indifferenza totale riguardo la loro sorte che non si addice alla nota sensibilità e umanità dello statista.

Al quale pure fu concesso di scrivere testamenti e lettere intime, da non divulgare se non alla sua morte. Poteva farne cenno almeno in quella sede.

Invece non un cenno, neanche uno. Come se non lo sapesse… Ma non stava a via Fani? Già, questa la vera domanda.

E che accresce la portata della domanda precedente: perché Moro parla di un «prelevamento»?

A via Fani un’altra singolarità. Gli uomini della scorta, già moribondi, vengono giustiziati con il colpo di grazia. Tutti.

Le Brigate rosse non avevano mai fatto una cosa del genere. Invece a via Fani si adoperano in un esercizio tanto cruento e meticoloso quanto inutile, anzi rischioso.

Hanno preso Moro e devono scappare. Hanno i minuti contati, anzi i secondi. Perché perdere tempo prezioso per dare il colpo di grazia a tutti gli uomini della scorta?

Cosa non dovevano riferire quelle persone? Forse che Moro non si trovava con loro quella mattina? Già, forse questo.

«Benché non sappia il modo»

Questo spiegherebbe anche la miracolosa immunità di Moro: 93 i bossoli ritrovati in via Fani.

Moro non viene colpito neanche dalla scheggia di un finestrino infranto. Particolare incredibile, anche se a sparare è Tex Willer, come è stato definito uno dei killer specializzati presente alla macelleria.

Così si può formulare l’ipotesi che Moro sia stato prelevato da qualcuno, che deve essersi presentato in ufficio o a casa sua. E che ha detto allo statista che doveva seguirlo.

Cosa che egli aveva fatto, forse costretto dalla minaccia. Le dolcissime parole che lo statista indirizza al nipote forse nascondono il tacito ricatto subito allora («Ora il nonno è un po’ lontano, ma non tanto che non ti stringa idealmente al cuore e ti consideri la cosa più preziosa che la vita gli abbia donato e poi, miseramente, tolta»).

O forse Aldo Moro è stato semplicemente ingannato. Qualcuno lo ha prelevato, insomma, e lo ha consegnato agli agenti del Terrore.

Mentre la scorta viene macellata per sviare l’attenzione, ad uso e consumo della narrativa successiva. Quella che inizia da via Fani e racconta una storia fatta di mezze verità e taciti segreti. Raccontata dai brigatisti e aggiustata di volta in volta per armonizzare palesi discordanze.

Così torniamo alla lettera a Cossiga: «Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento».

Una frase alquanto sgrammaticata. E Aldo Moro sa scrivere bene. Lo scritto tende a far concentrare l’attenzione proprio sulla discrasia, sul quel «modo» che lui ignora. Forse voleva far filtrare il messaggio che non era al corrente delle modalità di contorno del suo prelevamento?

Concludiamo qui un’analisi che ovviamente verrà tacciata di dietrologia. Come tutte le analisi che invece che dalle risposte prefabbricate partono da domande. Perché porre e porsi domande è un esercizio in disuso. In particolare nel campo dell’informazione.

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