11 Gennaio 2018

Di Siria e censura

Di Siria e censura
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Il 5 gennaio scorso avevamo ripreso un articolo pubblicato sulla Repubblica in relazione alla guerra siriana. Uno scritto che finalmente usciva dai binari usuali sui quali è stata costruita la narrazione di questo conflitto, che vede lo scontro tra un macellaio, il presidente Assad, e i suoi oppositori, paladini della democrazia per puro caso alleati con le bande armate dichiaratamente terroriste (Isis, al Nusra).

La pubblicazione dell’articolo, a firma di Carlo Ciovoni sulla Repubblica era in sé un evento, stante che il quotidiano ha sposato la narrazione ufficiale fin dall’inizio del conflitto.

Nell’articolo si spiegava che l'”Osservatorio dei diritti umani in Siria”, fonte primaria di notizie per la stampa mainstrem, era parziale e inaffidabile. Una considerazione che quindi metteva alla berlina, per usare un eufemismo, tale narrazione.

L’articolo che avevamo evidenziato in realtà era una riscrittura di un altro articolo, sempre dello stesso autore. Una riscrittura che sfumava e attutiva quanto scritto in precedenza, nel quale Ciovoni spiegava che tale Osservatorio in realtà era una vera e propria fucina di bufale, che aveva peraltro deliberatamente ignorato i crimini dei cosiddetti ribelli siriani.

Evidentemente il primo articolo aveva trovato contrasto nella redazione, così è stato chiesto al giornalista di correggersi. Cosa fatta. E però, pur attutendo i toni e sfumando le accuse, la sostanza della denuncia di Ciovoni restava: anche nella seconda stesura l’Osservatorio risultava una fonte del tutto inaffidabile.

Tale Osservatorio, infatti, scrive Ciovoni, è «gestito in realtà da una persona sola e sarebbe finanziato da non meglio precisate agenzie occidentali, britanniche in particolare». Anzi, secondo i suoi accusatori, concludeva l’articolo, l’Osservatorio fa «della disinformazione una regola e lo strumento dei veri sponsor del terrore».

Evidentemente anche questa nuova versione dell’articolo non è piaciuta alla redazione. Che l’ha cassato, cancellandolo dal giornale e dal web. Chi volesse ripercorrere le tappe di questa bruttissima pagina di giornalismo, rimando al sito L’Antidiplomatico, che riporta anche gli screenshot dei vecchi articoli cassati dal web (il secondo dei quali citato su Piccolenote).

Su quella pagina di Repubblica oggi al posto degli scritti di Ciovoni compare una nota della Redazione dal titolo «Siria, il difficile mestiere di informare». L’articolo pregresso, spiega la nota, è stato cancellato perché «non rispettava gli standard di accuratezza e imparzialità di questa testata».

Alla nota segue uno scritto alquanto bizzarro, sulle fonti di informazione riguardanti la Siria. Una rassegna che val la pena analizzare. Dopo aver citato la Croce Rossa e le Nazioni Unite, si passa all’elenco delle fonti locali.

I primi citati sono i citizen journalist, ovvero dei cittadini attivisti anti-Assad che hanno abbracciato il mestiere di giornalista per denunciare i crimini del governo.

Poi ci sono gli attivisti dell’opposizione, anche loro improvvisati giornalisti, che Repubblica cita come ambito a parte ma che, nello specifico siriano, sono gli stessi di cui sopra, anche se non organizzati.

Quindi è la volta di Bilal Abdul Karim, che viene presentato come fonte autorevole nonostante la nota di Repubblica accenni al fatto che abbia dato voce ai terroristi di al Nusra (al Qaeda in Siria), intervistandoli e facendo reportage su di loro. Una circostanza che invece ne farebbe una fonte più che squalificata.

Eppure la nota, invece di prendere atto della sua parzialità, riporta le parole usate dello stesso Karim per giustificare il suo lavoro nell’ambito dei terroristi. Sarebbe un modo di far «avvicinare i due mondi, facilitare la comprensione reciproca».

Una spiegazione che crediamo non risulti molto gradita alle vittime delle stragi del Bataclan o di Nizza o di altri eccidi rivendicati da tali terroristi…

Quindi è la volta della fonte Bana Alabed, una bambina che ha raccontato via Twitter le sofferenze di Aleppo durante la guerra, accusando il governo di Damasco di ogni nefandezza.

I suoi critici hanno affermato che a scrivere non fosse lei, ma i genitori. Peraltro il padre di Bana, Ghassan Al-Abed, «ha militato nella Sawfa Brigade Islamic, formazione salafita vicina ad Al Qaida», come indica un articolo pubblicato sugli Occhi della guerra al quale rimandiamo per avere un’idea della strumentalizzazione montata su questa povera bambina.

Interessante tornare invece alla nota che, per affermare con assoluta certezza che a scrivere fosse stata la bambina, spiega: «Twitter ha messo la spunta blu all’account di Bana, ciò significa che ne ha verificato l’identità».

Come è possibile che il cronista della Repubblica non si chieda come diavolo abbia fatto Twitter a effettuare tale verifica con Aleppo assediata?  E che nessuna verifica può escludere con certezza che l’account della bambina sia stato usato dal padre o dalla madre? Davvero basta un bollino blu?

Dopo Bana, la nota di Repubblica cita un’altra fonte della guerra siriana: i «contestatissimi White Helmets […] considerata braccio mediatico degli islamisti dal fronte filo-governativo».

Non c’è nessuna controversia sul punto: essi hanno operato e operano solo nelle aree in mano agli islamisti, in particolare nelle zone occupate da al Nusra (al Qaeda), con i quali evidentemente c’è un accordo.

Sul loro sito ufficiale si può leggere: «I White Helmets si occupano principalmente delle conseguenze degli attacchi aerei del governo».

Evidentemente per i caschi bianchi i crimini commessi dagli islamisti, che non sono pochi, non hanno alcuna importanza. Si tratta di una dichiarazione di appartenenza più che esplicita, bizzarro che chi ha redatto la nota della Repubblica non abbia notato tale esplicita parzialità…

Dopo aver passato in rassegna tali fonti e, di seguito, quelle governative e filo-governative (russe, hezbollah etc), la nota cita appunto l’Osservatorio dei diritti umani in Siria, oggetto dell’articolo di Ciavoni cassato dal giornale.

La nota ovviamente non dichiara che è una fonte inattendibile, ma si limita ad affermare che è tra le «fonti più controverse». E che dietro (e davanti) c’è solo Rami Abdul Rahman, come spiegava anche Ciovoni nel suo articolo, un oppositore di Assad. Fonte di parte dunque, e non controversa.

Sul punto dei finanziamenti diretti all’Osservatorio, la nota della Repubblica corregge il tiro: mentre il cronista scriveva di fondi europei e in particolare britannici, la nota sfuma: si finanzia con «fondi di un non meglio specificato Paese europeo».

L’Osservatorio sta a Londra: quale Paese europeo lo finanzi è davvero facile immaginarlo, come facilmente lo ha immaginato Ciovoni. Ma evidentemente sulla Repubblica non si può scrivere, per rispetto degli standard…

Detto questo, se per caso questo non meglio specificato Paese europeo avesse esplicitamente abbracciato la causa del regime-change siriano, come ad esempio, citiamo un Paese a caso, la Gran Bretagna, va da sé che l’informazione proveniente dall’Osservatorio risulterebbe indirizzata a supportare tale progetto.

Dopo aver passato in rassegna tutte queste fonti, la nota conclude che è difficile scrivere di Siria, stante che le fonti sono parziali e a rischio di errori. Un’annotazione che vuole evidentemente assolvere i vari cronisti che hanno scritto del conflitto siriano.

Seppure hanno fatto errori, sappiate che è difficile scrivere sul tema: questo il succo del messaggio.

Il punto è che tale difficoltà emerge solo ora e solo in questa nota: per anni, sei per la precisione e non son pochi, i vari cronisti che hanno scritto della guerra siriana hanno preso le notizie propalate dagli oppositori di Assad come oro colato, rilanciandole senza mai specificare alcunché circa la loro possibile fallacia o parzialità.

Allo stesso tempo le notizie provenienti da fonti governative o filo-governative sono sempre state trattate come “propaganda” di regime.

Da qui una narrazione fatta di notizie, quelle appunto provenienti dalle opposizioni, e di propaganda, quella governativa et similia. Non si tratta di errori di valutazione dettati dalla difficoltà di reperire informazioni reali, ma di scelte ben precise. E reiterate.

Infine la nota di Repubblica ha un vizio di forma strutturale: essa cita l’Osservatorio dei diritti umani in Siria come una delle tante fonti del conflitto. Anzi, relegandola all’ultimo posto della sua rassegna tende a sminuirne l’importanza rispetto alle altre.

Invece suddetto Osservatorio è stata la fonte primaria del conflitto, quella alla quale i giornalisti mainstream, compresi quelli della Repubblica, hanno attinto come fosse un oracolo.

Sebbene tutti sapessero che era finanziato da un «non meglio specificato Paese europeo» e che le sue fonti “locali” non erano altro che i jihadisti, che l’hanno usato come arma di propaganda di massa contro il governo di Damasco.

Sugli «standard di accuratezza e imparzialità» di cui alla nota della Repubblica sulla guerra siriana val la pena di stendere un velo pietoso. Nessun commento può aggiungere alcunché alla esilarante vacuità che evoca questa icastica espressione.

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