22 Marzo 2018

Trump e il maccartismo di ritorno

Trump e il maccartismo di ritorno
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Infuria la battaglia contro Trump dopo la telefonata a Putin nella quale si è congratulato per la vittoria elettorale dello zar, al termine del quale c’è stato l’annuncio parallelo di un loro prossimo incontro.

Trump si smarca dai suoi consiglieri

Una comunicazione del tutto imprevista. Ieri era circolata l’indiscrezione che i consiglieri della Casa Bianca avevano chiesto al presidente di non congratularsi con lo zar. Oggi il Washington Post rivela che nel briefing tenuto prima della conversazione non si è parlato affatto di un eventuale incontro Trump-Putin.

L’annuncio dell’incontro, che peraltro i due presidenti hanno detto di voler fare a breve, ha fatto infuriare ancora di più il Partito della Guerra (Fredda o Calda che sia) e i media americani, che si sono scatenati contro il presidente degli Stati Uniti.

I neocon sentono l’odore del sangue e sono letteralmente impazziti. Trump ha risposto a suo modo, con un tweet nel quale ha ribadito che: “andare d’accordo con la Russia (e altri) è una buona cosa, non una brutta cosa”.

Infatti, un buon rapporto con la Russia, spiega in un tweet successivo,  “può aiutare a risolvere problemi con la Corea del Nord, la Siria, l’Ucraina, l’Isis, l’Iran e persino quelli legati alla futura corsa alle armi”.

Trump ha dimostrato di tenere la linea volta alla ricerca di un accordo con Mosca, quella che gli ha fatto vincere la campagna elettorale (altro che Russiagate).

Il fatto che abbia preso questa iniziativa mentre forte infuria la tempesta per lo scandalo dei dati carpiti dal suo team elettorale a Facebook denota grande coraggio. Rischia.

Il maccartismo e la Gran Bretagna

È interessante registrare che a sfidare apertamente il maccartismo imperante, che vuole portare l’Occidente in urto frontale contro Mosca, sia stato anche il leader laburista britannico Jeremy Corbin, il quale ha chiesto alla Gran Bretagna di recedere dal nefasto scontro con la Russia conseguente all’avvelenamento dell’ex spia russa Skripal.

Un bizzarro asse quello tra Trump e Corbyn, dal momento che i due non potrebbero essere più distanti: da una parte il presidente che porta avanti il sogno isolazionista della Great America, dall’altra il leader politico che ha smantellato la Terza Via blairiana per riportare il labour alle sue radici socialiste.

Il punto è che lo scontro che imperversa in Occidente non è quello tra i pro o gli antagonisti di Mosca, ma quello tra le oscure forze votate al maccartismo e quanti operano in favore di un attutimento delle tensioni internazionali.

Uno scontro esistenziale, stante che il maccartismo mina nel profondo le basi della democrazia occidentale, come anche la libertà di espressione e di informazione.

Il governo della Gran Bretagna si sta ritagliando un ruolo tutto particolare in questa battaglia. Agitando il caso della spia russa uccisa a Salisbury, tenta di mettersi alla testa della falange anti-Putin.

E lo fa in maniera disarticolata, come dimostrano le dichiarazioni del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, che ha affermato che Putin è come Hitler.

Un paragone più che avventato, stante che i russi sono stati decisivi per la liberazione dell’Europa dal giogo nazista, come gli ha dovuto ricordare Maria Zakarova, portavoce del ministero degli Esteri russo.

Al di là degli scivoloni verbali di Johnson, va registrato che Londra sembra voler ripercorrere gli errori (e orrori) fatti a sua volta da Tony Blair, il quale ha svolto un «ruolo chiave nella decisione di Bush» di attaccare l’Iraq, come dimostrato dalla Commissione d’inchiesta britannica condotta da Sir John Chilcot (vedi Abc).

Ma il fatto che a Johnson abbia risposto la portavoce del ministero degli Esteri e non il ministro, fa intravedere che Mosca non vuole rompere, ma anche che gli attribuisce un peso geopolitico meno importante di allora.

 

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