29 Maggio 2018

Trump e la nuova apertura alla Corea del Nord

Trump e la nuova apertura alla Corea del Nord
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Nel fine settimana Donald Trump riprendeva inaspettatamente il filo dei negoziati con la Corea del Nord, interrotti repentinamente e inspiegabilmente giovedì scorso con una missiva inviata al presidente Kim Jong-un. Una ripresa annunciata al modo solito, a colpi di tweet.

L’ultimo di questi riprende addirittura i toni entusiasti della prima fase del negoziato: “Il nostro team è arrivato in Corea del Nord per prendere accordi per il vertice tra Kim Jong Un e me. Credo veramente che la Corea del Nord abbia un potenziale brillante e un giorno sarà una potenza economica e finanziaria. Kim Jong Un è d’accordo con me. Succederà!”.

Secondo vari analisti, tale discrasia sarebbe da ricondurre alle modalità con cui il presidente approccia le trattative, caratterizzate da stop and go finalizzati a ottenere il massimo.

Il punto, però, è che da giovedì, giorno della rottura, al sabato, giorno della ripresa, non sembra essersi palesata nessuna concessione dalla controparte.

Allora cosa ha determinato questa brusca retromarcia? Le feroci critiche dei media alla mossa di Trump possono aver influito, certo, ma fino a un certo punto: Trump si cura poco dei media.

Un peso certamente diverso deve aver avuto la determinazione del presidente sudcoreano Moon Jae-in il quale, incurante dello stop americano, subito dopo la missiva si è incontrato a sorpresa con il suo omologo del Nord, per ribadire la sua posizione.

Una determinazione che rischia di allontanare Seul dagli Stati Uniti e consegnarla alla Cina.  Cosa che Washington non può semplicemente permettersi.

Possibile però che abbia contribuito altro. Rispondendo via tweet al New York Times, il presidente affermava che nella sua amministrazione nessuno era avverso all’incontro con Kim.

E, significativamente, aggiungeva: “Anche se ci fosse non avrebbe importanza”.

Cenno da una parte obbligato, stante che Trump doveva ribadire di aver ancora in mano la barra del timone, cosa messa in dubbio dai cronisti.

Ma il messaggio sembra celare altro. Occorre tener presente che la rottura è stata determinata dai neocon, e in particolare dal Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, fieri avversari di un eventuale accordo.

Della responsabilità di Bolton erano convinti i cronisti di tutto il mondo, ma anche e soprattutto la Corea del Nord, che l’aveva attaccato direttamente, definendolo “ripugnante”. E Pyongyang ha informazioni di prima mano, dati anche i nuovi rapporti con Seul.

Probabile, quindi, che il cenno del presidente sia diretto a tranquillizzare i suoi interlocutori e allo stesso tempo a rivelare una nuova capacità di manovra del presidente, ormai svincolato, almeno su tale dossier, dai suoi oscuri consiglieri.

Ma sulla nuova libertà di azione di Trump potrebbe aver influito anche altro. L’articolo sull’arresto di Harwey Weinstein potrebbe suggerire qualcosa in proposito (vedi Piccolenote).

 

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